martedì 27 febbraio 2024

1. La maglia di Pablito


Ricorderò per sempre l’estate del 1982, fu la più bella tra quelle vissute da bambino. A sette anni compiuti da qualche mese cominciavo a rendermi conto della realtà della vita e tanti flashback di quelle calde giornate estive sono stampate a caratteri forti nella mia memoria.

Eravamo diventati da poco campioni del Mondo in Spagna e Paolo Rossi era senza ombra di dubbio la persona più importante della mia esistenza. Ad alimentare queste mia ultima certezza ci pensò mio zio Massimo che un giorno tornò a casa con una maglia della nazionale Italiana prodotta dalla “Le Coq Sportif” col numero 20,  comprata in una gita sul lago di Garda.  Inutile sottolineare come quella maglia divenne per me una sorta di seconda pelle, volli indossare sempre e solo quella, quasi a sottolineare il mio legame indissolubile con quel ragazzo di Prato che aveva tramutato le tristezze in gioia popolare durante il mese di Luglio del 1982.

Vivevo così le mie giornate: ciabatte, bermuda, bocce e maglia di Pablito, libero di scorrazzare sui campi della bocciofila Esperia di Crema. L’unica intrusione esterna era quella di mia nonna Bruna che dalla finestra sopra i campi da gioco, dove i miei nonni abitavano, si affacciava ogni tanto per controllare che le mie bocciate continuassero in tranquillità. Mi piaceva giocare a bocce, mi piaceva l’evoluzione del gioco e che ogni “manata” fosse diversa dalla precedente, fatto che suscitava lo sviluppo di notevole fantasia nel vedere le possibili giocate e di conseguenza la necessità di grande concentrazione. Mio zio Massimo era un buon giocatore di bocce, mio padre Franco meno, ma la passione per le bocce la mise a disposizione come dirigente della società bocciofila. Uno il braccio, l’altro la mente.

La nazionale azzurra del mondiale spagnolo segnò personalmente uno spartiacque definitivo fra i giochi di bambino, costruzioni lego e macchinine, e la futura passione per il calcio assorbita quasi per intero dalla squadra di famiglia, una scelta pressoché obbligata da nonno, zio e papà. La Juventus.

Mio nonno Nilo, nome greco che evocava uno dei più lunghi corsi d’acqua al mondo, diventò bianconero ammaliato dalla classe elegante e irriverente di Omar Sivori, e dalla potenza di un gigante gallese di nome John Charles. I suoi due figli non poterono che diventare bianconeri, stessa sorte che toccò a me e a mio cugino Mauro che vide i natali proprio in quel magico 1982.

La nostra era una famiglia di strada . Mio Nonno iniziò la professione di straccivendolo in giovane età, era uno “strasser” come si dice a Crema. Una scelta dettata dalla fame e dal bisogno di un futuro migliore nel difficile immediato dopo guerra. Vissero nella popolare Via Venezia a Crema, un’accozzaglia di abitazioni che si affacciavano su un grigio cortile centrale, “la corte della Venezia”. Mio padre nacque nel ’47, mio zio nel ’51. Con gli anni poi mio nonno avrebbe intrapreso l’attività di antiquario, con passione e competenza divenne uno dei più apprezzati della zona cremasca. Papà e zio Massimo si buttarono invece sul mestiere del “rutamat” , il commercio di rottami metallici, lavoro spacca schiena durante la settimana e grande palpitazioni per i colori bianconeri la domenica.

Il quadro generale dopo quel famoso 11 Luglio, giorno in cui battemmo la Germania Ovest per 3-1 nella finale del mondiale, era di rinascita. L’ormai agonizzante terrorismo rosso continuava a mietere vittime mente la mafia siciliana alzò il tiro in affari sempre più grandi sostituendo la vecchia doppietta a canne mozze con l’uso del mitra e passando dalla guida del “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta a “la belva” Salvatore Riina. La vicenda P2 e l’impiccagione del banchiere Roberto Calvi sotto un ponte di Londra furono fatti gravi, pesanti, ma tutti i dubbi e le angosce sembravano dissolversi nell’immaginario collettivo per la gioia di un titolo mondiale alla vigilia insperato.

Se Paolo Rossi era in quel momento il padrone della nazione, il suo fedele socio in popolarità rispondeva al nome di Enzo Bearzot. A lui, Pablito doveva moltissimo, praticamente tutto. Fu il “Vecio” a convocare Rossi per il mondiale spagnolo, sfidando un periodo di inattività dell’attaccante dovuto alla squalifica per il calcio scommesse e soprattutto opponendosi ad una spigolosa stampa italiana che spingeva per avere Roberto Pruzzo, goleador del campionato di serie A, fra i convocati di Spagna. La scommessa e la tenacia di Bearzot alla fine premiarono Rossi che dopo una prima parte di torneo mondiale sottotono disputata a Vigo, esplose clamorosamente e si assicurò oltre al titolo mondiale di squadra, quello di capocannoniere del torneo con 6 reti e in seguito il Pallone d’Oro per l’anno 1982.

Della spedizione spagnola figurarono ben sei giocatori juventini. Il capitano Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Rossi.  Il termine “blocco Juve” si manifestava in tutta la sua magnificenza. A quella spedizione mancava anche la chioma grigia di Roberto Bettega, altro sicuro titolare del mundial spagnolo, ma fermato pochi mesi prima da un grave infortunio subito in Coppa dei Campioni durante la partita di ritorno contro l’Anderlecht. Una squadra formidabile quella juventina a cui si aggiunsero in sede di calciomercato due assoluti protagonisti del mondiale appena terminato.  Il francese Platini e il polacco Boniek, semifinalisti con le loro rappresentative, aggiunsero quel tasso tecnico e di fiducia che proiettarono la compagine bianconera ad avere ben chiaro il futuro obiettivo calcistico: portare a Torino la Coppa dei Campioni.

La coppa dalle grandi orecchie stava diventando una sgradevole ossessione per i colori bianconeri tanto da mettere in secondo piano il primato in campionato. Dopo due scudetti consecutivi, il secondo dei quali appuntò la seconda stella sul petto della Juventus, l’obiettivo europeo era una priorità assoluta. La famiglia Agnelli voleva la Coppa dei Campioni per dare lustro alla propria dinastia calcistica fuori dai confini italiani. Ecco dunque che l’avvocato cercò di forgiare la sua creatura calcistica con due suoi pallini personali: Platini e Boniek. Per far spazio al francese fu sacrificato il talento educato dell’irlandese Liam Brady, giocatore geometrico, dal dribbling incisivo e dalla professionalità indiscussa. Il rigore realizzato a Catanzaro con esultanza rabbiosa, rete che di fatto regalò la seconda stella alla zebra, fu un epilogo che molti tifosi juventini porteranno per sempre nel cuore.  Il rispetto per quel ragazzo dolce e composto, che già sapeva da alcuni giorni di dover lasciare Torino, rimane tutt’ora immutato.

L’avvocato Agnelli, si innamorò follemente di Platini in una sera di Febbraio del 1982 al Parco dei Principi di Parigi, dove andò in scena l’amichevole Francia-Italia. Michel illuminò la platea parigina con colpi straordinari e l’avvocato sentenziò: prendiamolo. In realtà fu l’Inter a mettere gli occhi per prima sul talento francese. Già nel 1979 i nerazzurri misero Michel nel mirino “....dopo dieci minuti mi resi conto che quello poteva essere un nuovo Meazza o un Di Stefano, oppure un Pelè...” parole e musica di Giulio Capelli, attento osservatore al servizio dell’Inter. Le frontiere però erano chiuse e il destino di Michel prese un’altra piega. All’Inter non erano convinti delle condizioni fisiche di Platini, già reduce da alcuni guai fisici importanti, e alla riapertura delle frontiere virarono decisi sull’austriaco Prohaska. Si inserì così la Juve che con una trattativa lampo di un giorno riuscì a portare Platini a Torino lavorando benissimo sottotraccia e beffando l’Arsenal vero avversario alla corsa all’acquisto del francese.

L’arrivo di Platini fu quantomeno pittoresco come racconta un giornalista francese amico di Michel: <Squillò il “telefono rosso”, trasmissione radiofonica francese che prometteva 500 franchi alla notizia più sorprendente sfuggita ai giornali,  ed una voce disse che Platini stesse partendo per l’Italia. L’informatore era anonimo, ma solo un tecnico dell’aeroporto di Lione poteva dare una soffiata del genere. Così a bordo di un “petit Cessna” a quattro posti, Platini stava raggiungendo la Juve>. La trattiva dovette per forza di cose chiudersi in giornata poiché quel 30 aprile era ultimo giorno utile per trasferimenti dall’estero. Michel forzò la mano con il Saint-Etienne e si narrò che riuscì a farsi mandare i documenti necessari allo svincolo via telefax solo nel tardo pomeriggio sabaudo. La cifra del trasferimento fu davvero irrisoria considerato il potenziale del francese tanto da far dichiarare in seguito all’avvocato Agnelli “lo abbiamo comprato per un tozzo di pane, lui ci ha messo sopra del fois gras”.

Il biondo polacco invece catturò l’attenzione di un fine intenditore di calcio quale l’avvocato, già qualche anno prima. A Buenos Aires, nel “resto del Mondo” allestito da Enzo Bearzot per sfidare l’Argentina campione del 1978, si mise in evidenza per il suo modo anarchico ma affascinate di giocare a pallone. Il suo istinto travolgente folgorò il presidente Boniperti e l’arrivo a Torino fu presto sancito. A ben vedere, la stagione 1982-1983 che andava a cominciare sotto la guida tecnica di Giovanni Trapattoni, era ricca di ogni presupposto per far sperare milioni di tifosi juventini. Dal canto mio  non mi pareva possibile che una squadra cosi forte non potesse vincere in Europa.  La caccia grossa alla Coppa dei Campioni era partita.

Le domeniche di quella fantastica annata, si dipinsero anche di due ruote e volate spietate, soprattutto nella sua primavera avanzata. Il ciclismo era l’altro sport seguito da mio padre e mio zio, spesso nel giorno di festa si viaggiava con la nostra Fiat 131 Panorama blu in tutta Lombardia per seguire le gesta di Omar, figlio di un amico di famiglia, che da juniores ormai si stava affacciando alle porte del professionismo (poi le cose non andarono così bene...) come una promessa della velocità italiana su strada.

I ricordi di grandi pranzi in trattoria con tanti amici di mio padre e mio zio, sono carezze all’anima, tra bicchieri di vino, spaghettate al pomodoro e salami nostrani si cantava spensierati e felici dopo la settimana lavorativa. Poi ci si appostava in zona traguardo per seguire la volata finale in attesa che Omar ci regalasse una vittoria. Trepidazione, attesa e la classica radiolina all’orecchio per seguire le partite di calcio. Il mio tifo su due ruote fra i grandi, fini sulle ruote di Giuseppe Saronni, un piemontese di grande classe ciclistica che si contrapponeva in quegli anni al trentino Francesco Moser, fisicità e potenza da vendere. La rivalità fra i due divise l’Italia ciclistica come con Felice Gimondi e Gianni Motta nei tempi appeni passati.

Il 5 Settembre 1982 a Goodwood, nel sud dell’Inghilterra, Saronni dipinse il suo capolavoro ciclistico vincendo il campionato del Mondo con uno scatto, nell’ultimo chilometro di gara, da antologia. Verrà ricordata per sempre come la “fucilata di Goodwood” e ad Adriano De Zan toccò l’onore come in precedenza a Nando Martellini nella notte del Bernabeu, di gridare agli italiani davanti alla televisione “Campione del Mondo!”. In casa esultammo alla grande. Saronni sarebbe rimasto il mio ciclista preferito di sempre, seguito in tempi più recenti dal “El Diablo” Claudio Chiappucci. Lo sport italiano sembrava avesse indossato le vesti di Re Mida, ogni cosa toccasse si tramutava in oro. Un’estate così fu impossibile da dimenticare

 

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