martedì 27 febbraio 2024

2. Lo scalpo dei campioni


“Queste sono bestie grame, ci faranno dannare l’anima”

Mio padre era abbastanza inquieto, il sorteggio degli ottavi di finale di Coppa dei Campioni ci aveva riservato uno degli avversari peggiori: i campioni belgi dello Standard Liegi. Il calcio belga negli ultimi anni suonava come una condanna per la squadra bianconera: nella stagione 1977-1978 fu il Club Bruges di Ernst Happel a stoppare i sogni di gloria dei bianconeri in semifinale di Coppa dei Campioni. Il tecnico austriaco, tra i più preparati tatticamente, mise sotto scacco la squadra di Trapattoni utilizzando scientificamente la tattica del fuorigioco. La squadra belga ebbe la meglio per 2-0 nella partita di ritorno in Belgio, dopo i tempi supplementari, vanificando la vittoria con rete di Bettega al Comunale nella partita di andata. Ancora più cocente invece, l’eliminazione della stagione precedente quando fu l’Anderlecht ad escludere la Juve dalla coppa. Dopo il 3-1 in Belgio,  il ritorno al Comunale finì 1-1, con grosse recriminazioni di scarsa fortuna (due pali colpiti dai bianconeri) e una papera di Zoff sul gol belga. Partita che verrà ricordata anche per il grave infortunio accorso a Roberto Bettega.

Lo spauracchio belga quindi era vivo e vegeto. Ad alimentare il prurito e la tensione per il sorteggio di certo non benevolo, si aggiunse il fatto che la Juve al contrario delle aspettative estive, facesse un enorme fatica ad imporsi in campionato. Le scorie del mondiale sembrarono aver svuotato gli eroi di Spagna e anche i due gioielli stranieri, Platini e Boniek, non rispondevano ai desideri del popolo gobbo. In campionato la squadra partì col freno a mano tirato. Nelle prime due trasferte di campionato (a Genova con la Sampdoria e al Bentegodi con il Verona) arrivarono due sconfitte a conferma del momento difficile. Sotto accusa finì la guida tecnica del Trap, additato dalla stampa italiana come troppo “catenacciaro” e poco propenso a sviluppare un gioco propositivo.

A Settembre intanto era ricominciata la scuola, seconda elementare di Borgo San Pietro. Vedevo l’edificio scolastico dalle finestre del mio appartamento al terzo piano di Via Ponte delle Crema. Dalla mia stanza da letto che dividevo con mia sorella Giorgia, scrutavo le finestre della scuola e quella vicinanza mi dava un senso di conforto e rassicurazione. San Pietro era un quartiere particolare, il cuore della città, un quartiere popolare, una manciata di vie disegnate ad ingarbugliarsi tra di loro attorno alla chiesa parrocchiale che creavano nell’aria un senso glamour e misterioso. La casa dei miei nonni paterni era in via Griffini, tra il capannone dei pullman delle Autoguidovie e la vecchia osteria “Isola Bella”, trasformata da poco in una pizzeria, ma dove resistevano come una roccaforte del quartiere i due campi da bocce della società “Esperia”. Nel cortile esterno, a ridosso dei campi da bocce, tra tavolini in ferro verde e sedie di plastica bianco e rosse si consumava la vita mondana dei sanpietrini. Soprattutto le sere d’estate erano occasione di riunioni affollate, tra granite per i bambini e bicchieri di rosso per i più grandi, che spesso finivano in “cioche” pesanti. La sera del 11 Luglio, era qui che tra canti e balli sfrenati si celebrò la notte dell’Italia mundial. Via Rovescalli, Via San Bernardo, Via Riva Fredda, Via Venezia (la via dei “Terroni” per la presenza di famiglie meridionali in cerca di lavoro), Via Borgo San Pietro, Via Gervasoni, Via Ponte della Crema. Una dolce cantilena di nomi e situazioni. C’era la drogheria della “sciura Gina”, naso arcuato, voce stridula e battuta sempre pronta all’uso, dove Nonna Bruna mi spediva spesso a prendere il pane e due etti di prosciutto cotto con la promessa di una piccola mancetta, c’era “Mario l’ tabachì”, luogo di MS morbide di mio papà, segni di speranza sulle schedine del totocalcio e biglietti della Lotteria Italia. Negli anni si era creato la reputazione di posto baciato dalla fortuna (due premi importanti della Lotteria Nazionale e un tredici miliardario in schedina vennero vinti qui) e quindi veniva frequentato anche da forestieri in cerca di una piccola dose di culo. C’era “l’Isola Bella” sotto le finestre dei nonni e c’erano soprattutto una serie di portoni scuri e ambigui che si districavano come un serpente per tutto il quartiere. Nebbia e gelo primeggiavano in inverno, afa e zanzare regnavano d’estate. Profumo intenso di riso allo zafferano nelle giornate di Maggio, di sughetto di salamini coi fagioli a Novembre. Non un luogo facile, per nulla ricco o lussureggiante ma che attirava personaggi benestanti e in vista della città. Il perché l’ho scoperto recentemente, tra leggenda e verità, si racconta che dietro quei portoni tristi si nascondessero invece alcune case “felici” dove gli avventori si intrufolavano furtivamente col calare del giorno per usufruire dei servigi di donne dai facili costumi. Con la mia bicicletta percorrevo queste vie, con lo spirito di Giuseppe Saronni nelle gambe, sognando nuovi orizzonti anche se per me San Pietro rimaneva indiscutibilmente l’America. Fuori dai confini sanpietrini ci si poteva andare solo in situazioni particolari, quali la Fiera di Santa Maria o le bancarelle di Santa Lucia in piazza Duomo, ma la mia vita rimase rinchiusa in quei pochi metri quadrati per alcuni anni.

Negli ottavi dunque lo Standard Liegi, del forte portiere Preud’homme e del piccolo ma sgusciante attaccante olandese Tahamata. La partita di andata in Belgio fu la solita partita da Juve di Coppa. Dopo una partenza veemente e splendido gol di testa di Tardelli sugli sviluppi di calcio d’angolo, la squadra si ritirò indietro cercando di amministrare la partita, e concedendo l’iniziativa agli avversari. Un fallo ingenuo in area di Brio consentì a Tahamata di siglare su rigore il gol del 1-1 finale. La partita di ritorno fu vissuta quindi con una vigilia carica di tensione. Quella sera sul divano del salotto, di fianco a mio padre, sentì la voce di Nando Martellini uscire dalla televisione. Mi era concesso solo nelle notti di coppa restare sveglio fino a tardi per guardare la partita, e così quelle notti divennero per me speciali. Il Trap cambiò qualche carta in tavola. Fuori Brio, ClaudioGentile (con un insolito numero 5 sulla schiena) spostato al centro davanti a Scirea. Sulla fascia destra col numero 2, Massimo Bonini, altro sicuro azzurro se non fosse per la sua origine sammarinese, sulla sinistra al posto di Cabrini, Cesare Prandelli. La Juve si scosse di dosso tutte le paure e con mezz’ora da antologia spezzò via lo Standard Liegi e i fantasmi annessi. Dopo 5 minuti, Boniek cavalcò alla sua maniera sulla sinistra e non appena entrato in area di rigore servì un cioccolatino di esterno destro per l’accorrente Paolo Rossi: gol. Il Comunale stipato all’inverosimile esplose. La Juve sembrava irrefrenabile. La partita terminò di fatto alla mezz’ora. Uno-due stretto a metà campo tra Rossi e Platini che mise Rossi davanti al portiere dopo una corsa solitaria di 30 metri.  Finta ad eludere il  tentativo di recupero del difensore e palla morbida a battere il portiere Preud’homme. Che giocatore Pablito!

Finalmente la Juve sembrò aver messo in un cassetto gli antichi timori europei giocando una partita degna della massima coppa. La squadra navigò a vista in campionato, restando a ridosso della Roma capolista, giungendo nel Marzo del 1983 all’appuntamento cruciale di Coppa dei Campioni in condizioni favorevoli. L’ostacolo che il sorteggio di coppa mise davanti ai bianconeri fu di quelli elettrizzanti: i campioni d’Europa in carica, gli inglesi dell’Aston Villa. Una squadra arcigna, che disponeva del capitano Dennis Mortimer, capelli lunghi e dinamismo straordinario, il fantasista Gordon Cowans (visto poi in Italia nelle file del Bari) grande visione di gioco e tiro da fuori, l’ala sinistra Tony Morley personaggio bizzarro in campo e fuori. Il rude Peter White, già campione d’Inghilterra con il Nottingham Forest nel 1978, polsini di spugna e grande abilità aerea. Quando non spizzava per i compagni, la spediva direttamente in porta. E Gary Shaw “il Bambino”, 22 anni e capelli a caschetto biondi, cresciuto nelle giovanili dei Villa di cui era tifoso che si trovò a sostituire il suo idolo Little (danneggiato da parecchi infortuni)

2 marzo 1983, Villa Park di Birmingham ore 19. Fu la partita che molti hanno dimenticato e smentì l’opinione pubblica sul fatto che Trapattoni fosse un difensivista. In Italia venne trasmessa da Tmc con il commento di Luigi Colombo e Fabio Capello. Calcio di inizio e...pubblicità con Zoff che saltava la staccionata per ricordarci che a 40 anni si può essere ancora scattanti.  Si tornò alla partita con la Juve già in vantaggio. Bettega scese sulla sinistra, mise il piede sul pallone e si girò dando di tacco a Cabrini che stava arrivando. Crossa basso al centro, Paolo Rossi si abbassò di testa e anticipò il baffuto Mortimer.  La partita fu tosta come si vuole per quelle disputate in terra d’Albione. Nella ripresa il Villa riuscì a pareggiare con Cowans ma la Juve volle fortemente quella vittoria. Dopo un palo di Rossi, la rete che decise la partita fu di quelle che difficilmente si scordano. Bettega dalla fascia sinistra servì centralmente Platini che con una palla di esterno destro sublime mise Boniek davanti al portiere. Il polacco prese la mira ed infilò sotto la trasferta. Tripudio. La Juve vinse per la gioia dei tifosi gobbi  incollati alla televisione, prima squadra a vincere su un campo inglese in Coppa dei Campioni. Restò negli occhi di tutti la magia di Michel, un assist che somigliò tanto ad un’opera d’arte. Un bagliore di classe che fece precipitare ai suoi piedi incantanti, milioni di tifosi in venerazione. Il francese stava per diventare “Le Roi” a tutti gli effetti. Il suo fare a volte disincantato e distaccato nei confronti del calcio lo rendeva agli occhi di milioni di Juventini, come la donna più bella di tutte, a volte un poco snob, ma che quando voleva sedurti ci riusciva indossando abiti sexy. A Platini per far perdere la testa bastava sfornare assist come se fossero stelle filanti o mettere la palla sotto il sette eseguendo calci di punizione magistrali.

Il ritorno al Comunale fu un altra partita da incorniciare.  Incassi record ai botteghini con quasi un miliardo delle vecchie lire incassate e ancora Platini sugli scudi. Dopo un quarto d’ora dalla sinistra si accentrò e fece partire un tiro non certo irresistibile che bucò la fragile opposizione del portiere inglese Spink. La partita fu messa in discesa da un colpo di testa di Tardelli su cross di Paolo Rossi prima dell’intervallo. La ciliegina sulla torta la mise ancora Platini nella ripresa. Fuga in contropiede con Boniek, palla in mezzo, tentativo goffo di controllo da parte di un difensore inglese e il 10 bianconero prima si liberò dell’avversario con un tocco di punta e sull’uscita del portiere, di esterno destro, siglò il 3-0 che poi divenne 3-1 finale.

I campioni in carica furono spodestati, lo scettro era nelle nostre mani. Amburgo, Real Sociedad e i polacchi dello Widzew Lodz non sembrarono mietere troppe paure nel futuro sorteggio delle semifinali. Mai come in quel momento la Juventus si sentì pronta per sollevare la coppa dalle grandi orecchie.

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