L’estate 1985
arrivò stancamente, come in tutti gli anni dispari non vi furono competizioni
per le nazionali e questo contribuì ad accentuare la mia noia. Le urla
insistenti degli anti juventini che ci gridarono in faccia che quella coppa
appena conquistata non valesse niente mi fecero star parecchio male ed ebbi una
piccola crisi di rigetto dal mondo calcio.
Tornammo in
vacanza a Martinsicuro in Abruzzo con la nostra roulotte e fu un fatto che mi
fece molto piacere. Potei riabbracciare
i miei vecchi amici di due estati prima, sfidare sempre qualche crucco in
spiaggia a pallone e mi appassionai ad un nuovo sport: il tennis. Fu un vero
colpo di fulmine complice un ragazzo di 17 anni tedesco, il più giovane e il
primo non testa di serie capace di vincere Wimbledon: Boris Becker. Il suo
poster che stampò il Guerin Sportivo nelle sue pagine centrali per anni rimase
attaccato alla porta di camera mia. Scoprire il tennis e giocarlo nei viali del
campeggio con un con un filo di spago agli alberi, racchette di plastica e pallina
di spugna fu bellissimo. Amai molto Becker in quegli anni. Avrei voluto avere
un tennista italiano da sostenere ai massimi livelli, lo trovai anni dopo in
Paolo Canè. Le sue partite in Coppa Davis rimangono ricordi fantastici. Per
ultimo ho amato follemente Goran Ivanišević.
In Italia
l’attenzione generale era catturata dai fatti che stavano succedendo in
Sudafrica con la popolazione di colore in rivolta e l’arresto del loro leader:
Nelson Mandela. In spiaggia risuonarono ancora i Righeira con “L’estate sta
finendo” e un giovane Luís Miguel con “Noi ragazzi di oggi”.
Il
calciomercato intanto regalò vivaci movimenti interni senza tuttavia l’arrivo
di grossi nomi stranieri. Daniel Bettoni si trasferì dalla Fiorentina al Napoli
per far coppia argentina con Maradona. La viola si assicurò le prestazioni di
un giovane di cui si diceva un gran bene: Roberto Baggio. Il Como prese Dirceu
dall’Ascoli e Barbadillo dopo 3 anni ad Avellino passò all’Udinese che nel
frattempo segnò il doloroso addio di Zico di ritorno in Brasile al Flamengo.
Nella
Sampdoria la coppia Vialli-Mancini sembrava già prodiga di lusinghe di tutti
gli appassionati. Ma fu la Juve la regina del mercato con movimenti in uscita
dai nomi eccellenti. Partirono Paolo Rossi direzione Milan, Marco Tardelli andò
all’Inter, Vignola al Verona e soprattutto Boniek finì alla Roma, trasferimento
che lasciò molti strascichi polemici in entrambi le parti. Arrivarono Lionello
Manfredonia dalla Lazio in mezzo al campo, Massimo Mauro e Micheal Laudrup
ricamatori di gioco offensivo e il gigante Aldo Serena ariete d’area di rigore
dal Torino. Una vera rivoluzione quella voluta da Boniperti convinto che il
ciclo di certi campionissimi fosse terminato nella notte di Bruxelles.
Stava per
iniziare l’ultimo anno di scuola elementare per il sottoscritto e relativi
esami finali. Mi affacciavo al mondo dei grandi e il prossimo passaggio alle
scuole medie era ormai dietro l’angolo. C’era un’aria nuova a scuola, un’aria
di cambiamento. Se fino ad allora venivamo vestiti coi gusti delle nostre mamme
o con quel che capitava a prima vista nell’armadio, ora un nuovo vento stava
portando in circolazione vestiti firmati e alla moda. Colpa o merito dei
“paninari”. Una nuova ondata ci arrivò improvvisa, dai più grandicelli di noi,
sotto forma di piumini Moncler, occhiali Ray Ban e jeans Armani. I regali di
Santa Lucia virarono personalmente su una felpa “El Charro” e un paio di Nike
da tennis. Tra San Pietro a Crema e Piazza San Babila a Milano c’erano una
cinquantina di chilometri ma l’impeto modaiolo sembrò annullare le distanze. Incominciò
ad essere fondamentale apparire e di conseguenza lasciare in disparte quelli
che non vestivano firmati. Questa sorta di cambiamento nel vestire portò con sé
anche maggiore cura nei capelli e nell’aspetto, e di conseguenza una diversa
visione del mondo femminile. Le prime cotte e simpatie arrivarono inesorabili
come le cavalcate fra le difese avversarie del già rimpianto Boniek nelle notti
di Coppa.
In
campionato le cose si misero subito benissimo con i bianconeri che giravano a
meraviglia con Aldo Serena sugli scudi in versione goleador. Dopo otto vittorie
di fila, tra cui il derby vinto per 2-1, la prima sconfitta arrivò al San Paolo
di Napoli. È il giorno di Diego Armando Maradona e la sua rete incredibile su
punizione resterà negli annali come perla di rara bellezza, verrà denominato “il
guanto”.
Ma a
Dicembre arrivò l’appuntamento più importante, quello della finale di Coppa
Intercontinentale contro l’Argentinos Juniors. Una squadra quella argentina che
poteva contare sul talento straordinario di Claudio Borghi (poi meteora al
Milan di Berlusconi) e del barbuto difensore Batista, nazionale albiceleste e
futuro campione del Mondo a Mexico ‘86.
8 Dicembre
1985, stadio nazionale di Tokyo, in Italia le 4 del mattino ed io mi trovavo su
una scomoda sedia a casa di nonno Nilo. La mia unica compagna di viaggio in
questa partita sarà una coperta pesante che mi ricoprirà tipo mantello da supereroe,
visto che il nonno si addormenterà presto sulla poltrona e vivrà praticamente
solo i rigori finali. La partita fu
trasmessa in diretta per la sola Lombardia. La legge non permise infatti alle
reti private la diretta su tutto il territorio nazionale. Solo alle 20.30
Canale 5 poté trasmettere la partita in tutta Italia. La Rai invece si distinse
per la sua assenza, visto che nessun inviato venne mandato a Tokyo a seguire la
partita. La telecronaca dal Giappone fu affidata a Giuseppe Albertini, per
tanti anni apprezzato telecronista di Rsi e Rai, e a Roberto Bettega vecchio
cuore bianconero.
La Juve
scese in campo con Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Mauro,
Manfredonia, Serena, Platini, Laudrup ed indossò una fantastica divisa
bianconera a maniche lunghe della Robe di Kappa senza lo tradizionale sponsor
Ariston.
Le
sponsorizzazioni infatti erano ancora vietate per le finali e finché resistette
una certa aristocrazia ai vertici della Uefa, il business venne tenuto a bada e
curati certi dettagli. Sarà una partita vibrante e memorabile.
Dopo un primo
tempo di studio la partita si stappò clamorosamente nella ripresa. Laudrup
segnò il gol del vantaggio ma l’arbitro annullò per fuorigioco su segnalazione
del suo assistente di linea e poco dopo gli argentini segnarono con Ereros
abile a sfruttare un buco centrale nella difesa bianconera. La Juve non demorse e si buttò in avanti con
furore. Per fallo evidente su Serena in area, Platini impattò dal dischetto e
poi andò in vantaggio. Palla in mezzo all’area per Platini che eluse
l’intervento di un difensore con un sombrero e prima che la palla toccasse
terra con un tiro in mezza girata batté il portiere Vidallè. L’immagine che ne conseguì fece il giro del
mondo come la più famosa con Platini protagonista. L’arbitro annullò per
fuorigioco evidentemente ininfluente di Serena e Platini si sdraiò per terra
con un braccio a reggersi la testa in
atteggiamento rilassato. Nessuna polemica, solo stupore e classe infinita. Il
più alto punto di gobbismo mai toccato. Chapeaux immenso idolo .
Scampato il
pericolo, l’Argentinos Juniors ricominciò ad attaccare e trovò il vantaggio con
Castro su palla geniale in verticale di Claudio Borghi. La Juve traballò e subì
il gol del 3-1 fortunatamente annullato per fuorigioco. Mancavano 10 minuti al
termine e la compagine del Trap cercò il tutto per tutto. Palla di Laudrup per
Platini appena fuori area, gran tocco di prima maestoso del francese a
scavalcare la difesa mettendo davanti al portiere lo stesso Laudrup, che dopo
aver eluso l’estremo difensore da posizione angolata siglò il 2-2. Nei
supplementari le squadre tirarono il fiato dopo 45 minuti pirotecnici affidando
di fatto al dischetto il proprio destino. Tacconi, per la verità non esente da
colpe sui due argentini, si erse ad assoluto protagonista, Platini firmò il
punto della vittoria e scivolò dolcemente sul prato giapponese in un esultanza
indimenticabile.
Fu il primo
successo bianconero nella coppa Intercontinentale, in 3 anni la Juve si era presa
tutte le coppe possibili. Il titolo di campione del Mondo, suonava gioioso e
orgoglioso per i tifosi bianconeri. La tragica notte dell’Heysel era stata
onorata con una prestazione degna.
Fu l’ultimo ballo di quella Juventus e in qualche modo anche l’ultima vera partita di Platini a livelli internazionali. Il morale dopo la notte dell’Heysel era sotto i tacchi e forse il giorno del ritiro non troppo lontano. La Juve uscì in seguito dalla Coppa dei Campioni per mano del Barcellona nei quarti di finale e vinse lo scudetto approfittando del tonfo interno della Roma con il Lecce, ultimo in classifica e già retrocesso. Il 17 Maggio del 1987, Michel lasciò il calcio al termine di Juventus-Brescia ultima di campionato 1986-1987. Il cielo era grigio e piovoso a Torino come l’umore e le lacrime di tutti i tifosi che avevano amato alla follia quel 10 francese.
Come lui non
ci sarà mai più nessuno, almeno nei cuori bianconeri.
In qualche
modo finì anche la mia infanzia bianconera in quei giorni. Ormai dodicenne
scoprì che il mondo stava cambiando alla svelta. Iniziò un’altra storia d’amore
profondo, quella con la squadra della mia città, il Pergocrema, vissuto in
prima persona sulle gradinate dello stadio Giuseppe Voltini.
Ma questa è
un' altra storia meravigliosa.

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