martedì 27 febbraio 2024

8. L' ultimo ballo


L’estate 1985 arrivò stancamente, come in tutti gli anni dispari non vi furono competizioni per le nazionali e questo contribuì ad accentuare la mia noia. Le urla insistenti degli anti juventini che ci gridarono in faccia che quella coppa appena conquistata non valesse niente mi fecero star parecchio male ed ebbi una piccola crisi di rigetto dal mondo calcio.

Tornammo in vacanza a Martinsicuro in Abruzzo con la nostra roulotte e fu un fatto che mi fece molto piacere.  Potei riabbracciare i miei vecchi amici di due estati prima, sfidare sempre qualche crucco in spiaggia a pallone e mi appassionai ad un nuovo sport: il tennis. Fu un vero colpo di fulmine complice un ragazzo di 17 anni tedesco, il più giovane e il primo non testa di serie capace di vincere Wimbledon: Boris Becker. Il suo poster che stampò il Guerin Sportivo nelle sue pagine centrali per anni rimase attaccato alla porta di camera mia. Scoprire il tennis e giocarlo nei viali del campeggio con un con un filo di spago agli alberi, racchette di plastica e pallina di spugna fu bellissimo. Amai molto Becker in quegli anni. Avrei voluto avere un tennista italiano da sostenere ai massimi livelli, lo trovai anni dopo in Paolo Canè. Le sue partite in Coppa Davis rimangono ricordi fantastici. Per ultimo ho amato follemente Goran Ivanišević.

In Italia l’attenzione generale era catturata dai fatti che stavano succedendo in Sudafrica con la popolazione di colore in rivolta e l’arresto del loro leader: Nelson Mandela. In spiaggia risuonarono ancora i Righeira con “L’estate sta finendo” e un giovane Luís Miguel con “Noi ragazzi di oggi”.

Il calciomercato intanto regalò vivaci movimenti interni senza tuttavia l’arrivo di grossi nomi stranieri. Daniel Bettoni si trasferì dalla Fiorentina al Napoli per far coppia argentina con Maradona. La viola si assicurò le prestazioni di un giovane di cui si diceva un gran bene: Roberto Baggio. Il Como prese Dirceu dall’Ascoli e Barbadillo dopo 3 anni ad Avellino passò all’Udinese che nel frattempo segnò il doloroso addio di Zico di ritorno in Brasile al Flamengo.

Nella Sampdoria la coppia Vialli-Mancini sembrava già prodiga di lusinghe di tutti gli appassionati. Ma fu la Juve la regina del mercato con movimenti in uscita dai nomi eccellenti. Partirono Paolo Rossi direzione Milan, Marco Tardelli andò all’Inter, Vignola al Verona e soprattutto Boniek finì alla Roma, trasferimento che lasciò molti strascichi polemici in entrambi le parti. Arrivarono Lionello Manfredonia dalla Lazio in mezzo al campo, Massimo Mauro e Micheal Laudrup ricamatori di gioco offensivo e il gigante Aldo Serena ariete d’area di rigore dal Torino. Una vera rivoluzione quella voluta da Boniperti convinto che il ciclo di certi campionissimi fosse terminato nella notte di Bruxelles.

Stava per iniziare l’ultimo anno di scuola elementare per il sottoscritto e relativi esami finali. Mi affacciavo al mondo dei grandi e il prossimo passaggio alle scuole medie era ormai dietro l’angolo. C’era un’aria nuova a scuola, un’aria di cambiamento. Se fino ad allora venivamo vestiti coi gusti delle nostre mamme o con quel che capitava a prima vista nell’armadio, ora un nuovo vento stava portando in circolazione vestiti firmati e alla moda. Colpa o merito dei “paninari”. Una nuova ondata ci arrivò improvvisa, dai più grandicelli di noi, sotto forma di piumini Moncler, occhiali Ray Ban e jeans Armani. I regali di Santa Lucia virarono personalmente su una felpa “El Charro” e un paio di Nike da tennis. Tra San Pietro a Crema e Piazza San Babila a Milano c’erano una cinquantina di chilometri ma l’impeto modaiolo sembrò annullare le distanze. Incominciò ad essere fondamentale apparire e di conseguenza lasciare in disparte quelli che non vestivano firmati. Questa sorta di cambiamento nel vestire portò con sé anche maggiore cura nei capelli e nell’aspetto, e di conseguenza una diversa visione del mondo femminile. Le prime cotte e simpatie arrivarono inesorabili come le cavalcate fra le difese avversarie del già rimpianto Boniek nelle notti di Coppa.

In campionato le cose si misero subito benissimo con i bianconeri che giravano a meraviglia con Aldo Serena sugli scudi in versione goleador. Dopo otto vittorie di fila, tra cui il derby vinto per 2-1, la prima sconfitta arrivò al San Paolo di Napoli. È il giorno di Diego Armando Maradona e la sua rete incredibile su punizione resterà negli annali come perla di rara bellezza, verrà denominato “il guanto”.

Ma a Dicembre arrivò l’appuntamento più importante, quello della finale di Coppa Intercontinentale contro l’Argentinos Juniors. Una squadra quella argentina che poteva contare sul talento straordinario di Claudio Borghi (poi meteora al Milan di Berlusconi) e del barbuto difensore Batista, nazionale albiceleste e futuro campione del Mondo a Mexico ‘86.

8 Dicembre 1985, stadio nazionale di Tokyo, in Italia le 4 del mattino ed io mi trovavo su una scomoda sedia a casa di nonno Nilo. La mia unica compagna di viaggio in questa partita sarà una coperta pesante che mi ricoprirà tipo mantello da supereroe, visto che il nonno si addormenterà presto sulla poltrona e vivrà praticamente solo i rigori finali.  La partita fu trasmessa in diretta per la sola Lombardia. La legge non permise infatti alle reti private la diretta su tutto il territorio nazionale. Solo alle 20.30 Canale 5 poté trasmettere la partita in tutta Italia. La Rai invece si distinse per la sua assenza, visto che nessun inviato venne mandato a Tokyo a seguire la partita. La telecronaca dal Giappone fu affidata a Giuseppe Albertini, per tanti anni apprezzato telecronista di Rsi e Rai, e a Roberto Bettega vecchio cuore bianconero.

La Juve scese in campo con Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Mauro, Manfredonia, Serena, Platini, Laudrup ed indossò una fantastica divisa bianconera a maniche lunghe della Robe di Kappa senza lo tradizionale sponsor Ariston.

Le sponsorizzazioni infatti erano ancora vietate per le finali e finché resistette una certa aristocrazia ai vertici della Uefa, il business venne tenuto a bada e curati certi dettagli. Sarà una partita vibrante e memorabile.

Dopo un primo tempo di studio la partita si stappò clamorosamente nella ripresa. Laudrup segnò il gol del vantaggio ma l’arbitro annullò per fuorigioco su segnalazione del suo assistente di linea e poco dopo gli argentini segnarono con Ereros abile a sfruttare un buco centrale nella difesa bianconera.  La Juve non demorse e si buttò in avanti con furore. Per fallo evidente su Serena in area, Platini impattò dal dischetto e poi andò in vantaggio. Palla in mezzo all’area per Platini che eluse l’intervento di un difensore con un sombrero e prima che la palla toccasse terra con un tiro in mezza girata batté il portiere Vidallè.  L’immagine che ne conseguì fece il giro del mondo come la più famosa con Platini protagonista. L’arbitro annullò per fuorigioco evidentemente ininfluente di Serena e Platini si sdraiò per terra con un braccio a reggersi  la testa in atteggiamento rilassato. Nessuna polemica, solo stupore e classe infinita. Il più alto punto di gobbismo mai toccato. Chapeaux immenso idolo .

Scampato il pericolo, l’Argentinos Juniors ricominciò ad attaccare e trovò il vantaggio con Castro su palla geniale in verticale di Claudio Borghi. La Juve traballò e subì il gol del 3-1 fortunatamente annullato per fuorigioco. Mancavano 10 minuti al termine e la compagine del Trap cercò il tutto per tutto. Palla di Laudrup per Platini appena fuori area, gran tocco di prima maestoso del francese a scavalcare la difesa mettendo davanti al portiere lo stesso Laudrup, che dopo aver eluso l’estremo difensore da posizione angolata siglò il 2-2. Nei supplementari le squadre tirarono il fiato dopo 45 minuti pirotecnici affidando di fatto al dischetto il proprio destino. Tacconi, per la verità non esente da colpe sui due argentini, si erse ad assoluto protagonista, Platini firmò il punto della vittoria e scivolò dolcemente sul prato giapponese in un esultanza indimenticabile.

Fu il primo successo bianconero nella coppa Intercontinentale, in 3 anni la Juve si era presa tutte le coppe possibili. Il titolo di campione del Mondo, suonava gioioso e orgoglioso per i tifosi bianconeri. La tragica notte dell’Heysel era stata onorata con una prestazione degna.

 Fu l’ultimo ballo di quella Juventus e in qualche modo anche l’ultima vera partita di Platini a livelli internazionali. Il morale dopo la notte dell’Heysel era sotto i tacchi e forse il giorno del ritiro non troppo lontano. La Juve uscì in seguito dalla Coppa dei Campioni per mano del Barcellona nei quarti di finale e vinse lo scudetto approfittando del tonfo interno della Roma con il Lecce, ultimo in classifica e già retrocesso. Il 17 Maggio del 1987, Michel lasciò il calcio al termine di Juventus-Brescia ultima di campionato 1986-1987. Il cielo era grigio e piovoso a Torino come l’umore e le lacrime di tutti i tifosi che avevano amato alla follia quel 10 francese.

Come lui non ci sarà mai più nessuno, almeno nei cuori bianconeri.

In qualche modo finì anche la mia infanzia bianconera in quei giorni. Ormai dodicenne scoprì che il mondo stava cambiando alla svelta. Iniziò un’altra storia d’amore profondo, quella con la squadra della mia città, il Pergocrema, vissuto in prima persona sulle gradinate dello stadio Giuseppe Voltini.

Ma questa è un' altra storia meravigliosa.


 

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