Scrivere dell’Heysel personalmente rimane oggi un esercizio che provoca dolore. Un dolore che buca il cuore come un coltello che rimane infilato nella carne. Ogni anno quando si avvicina il 29 Maggio un senso di sconforto mi accompagna, quella sera tragica è cambiato il calcio.
Non starò
qua ad annoiarvi con accuse o colpe specifiche su quella sera, ci sono libri,
trattati e immagini che ne parlano e documentano in maniera esauriente. Vorrei
scrivere di altro, quello che in 35 anni a mente fredda, è uscito nudo e crudo
nel ricordo di quella terribile notte. Quella Coppa rimane oggi per me priva di
ogni significato sportivo e lo sarà finché avrò fiato per ribadirlo.
In tanti
anni ho sentito tante versioni su quella sera, tante testimonianze dirette dei
presenti che valgono sicuramente più delle tante opinioni e veleni che si
trovano in rete o ahimè ancora sui muri di tante città italiane. Tutte le voci
sono concordi nell’affermare che quella partita fu giusto giocarla. Per ordine
pubblico, per distogliere l’attenzione degli spettatori sugli spalti, perché
fuori dallo stadio fra le vie di Bruxelles con una partita non disputata, la caccia all’uomo da entrambe le parti poteva
portare a conseguenze tragiche ancora maggiore. Fu dunque un sacrificio duro da
comprendere ma necessario.
La partita,
commentata con un filo di voce senza partecipazione emotiva da un affranto
Bruno Pizzul, iniziò scialba ma dopo il vantaggio di Platini su rigore (evidentemente
inesistente perché il fallo su Boniek fu commesso un metro fuori dall’area di
rigore) fu vera, dura e anche violenta. Lo dimostrano le gomitate in area fra
Rush e Tardelli, lo dimostra il fatto che il Liverpool a perdere non ci tenne
per niente, che Tacconi sfiderò due parate super e che molto onestamente ai
reds mancò la concessione di un clamoroso rigore per intervento scomposto di
Bonini in area. Quello che successe dopo il triplice fischio finale forse oggi
ogni tifoso bianconero lo vorrebbe cancellare.
Quei festeggiamenti visti con occhi critici in seguito, sono un pugno in
faccia ad un sentimento di umanità e dolore verso quei nostri compagni di tifo
che lasciarono il loro sangue in quel luogo maledetto.
Gli anti juventini ci sguazzarono, forse a ragione in un primo momento ma poi divennero insopportabili e faziosi. Ancora oggi sui vari social l’argomento Heysel è motivo di odio, con le tastiere che diventano oggetto di alcuni epiteti difficilmente sopportabili. Vidi la partita con mio padre all’epoca e nonostante la mia felicità a fine partita non mi sembrò essere così entusiasta. I suoi occhi lucidi non erano di felicità, ma di dolore. Il giorno dopo andai a scuola con la sciarpa bianconera e con Renato, mio compagni di classe, ci abbracciammo per la vittoria. Intervenne il nostro maestro Rodolfo, juventino tiepido, che ci prese da parte e con fare paterno ci disse “Rimettere le sciarpe in cartella, un giorno capirete”.
Ho sempre
pensato che quella coppa fosse stato giusto restituirla negli anni ma
ultimamente la mia versione è cambiata. A chi poi dovremmo restituirla? Alla
UEFA che fu parte in causa di quella strage scegliendo uno stadio vecchio e
vetusto? Quella UEFA che ci costrinse a giocare due partite di Coppa dei
Campioni a porte chiuse nella stagione seguente senza avere commesso niente?
Faccio mie le parole che lessi qualche tempo fa di un tifoso bianconero riguardo all’Heysel, parole che mi sento di sottoscrivere in ogni singola passaggio e che spero siano da monito e ricordo per le future generazioni bianconere:
“Restituire? Non sono d’accordo. Lo sarei stato anni prima quando quella Coppa trasudava ancora sangue e il pianto di molti si mescolava alla fallace gioia di alcuni, insensibili al dolore. ‘Vincere non è l’unica cosa che conta’ e lo dimostrarono 39 bare interrate, con corpi paonazzi, rimasti tali nell’impeto del soffocamento. Sopravvivere a quell’ordinaria follia fu invece lo stato di necessità di molti che, salvi nel corpo, portano ancora nell’animo lo strazio delle ferite. Per tanti l’Heysel è qualcosa di più di un vecchio stadio ribattezzato e tirato a lucido. Avrebbe avuto un senso e sarebbe stato un gesto nobile restituirla allora. Forse anche chiederne la non assegnazione. Perché, a conti fatti, non è mai stata vinta. Portata a casa, alzata al cielo per incoscienza di qualcuno, con la complicità di chi allora non seppe dare indicazioni comportamentali. Restituirla ora sarebbe insensato. Quella Coppa è il nostro Santo Graal, custodisce il sangue dei martiri. Di coloro che hanno perso la vita per inseguire un sogno, per vivere una passione. Niente può giustificare una scelta avversa a chi perse la vita per una fede, seppure laica. Su quella Coppa, come atto di coerenza, andrebbero incisi i nomi delle 39 vittime per rimanere perennemente esposta, listata a lutto. Il 29 maggio di ogni anno dovrebbe essere occultato ogni trofeo lasciando esposto solo quello, a memoria di un dramma che fa parte della storia”
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