L’estate del
1984 fu particolarmente noiosa. La Juve mantenne le promesse dell’estate
precedente, e grazie alla vittoria dello scudetto (condita alla vittoria della
Coppa delle Coppe a Basilea contro il Porto) si presentò carica per la
conquista della Coppa dei Campioni. Ma fu un’estate senza calcio da tifoso. La
nazionale italiana non si qualificò per la fase finale degli europei in
Francia; Bearzot decise di dar fiducia
al gruppo di Spagna ‘82 ma le motivazioni a livello di maglia azzurra furono
scarse. La pancia piena di un titolo mondiale conquistato fu evidente, nel
girone di qualificazione perdemmo due volte con la Svezia di Strömberg, e in
trasferta con Romania e Cecoslovacchia. Un disastro. Non mi rimase che
simpatizzare per la Francia di Platini. In quei frangenti la mia venerazione
per il 10 francese era ai massimi livelli. Ebbi in regalo da mio padre uno
specchio con foto di “le Roi” ritratto (lo conservo con cura tutt’ora). Erano
gadget prodotti soprattutto con immagini di rockstar musicali come Madonna,
Bruce Springsteen o Prince. Io avevo
Platini.
Alla fase finale di Francia 84 giunsero oltre ai padroni di casa, Danimarca, Romania, Spagna, Portogallo, Germania Ovest, Belgio e Jugoslavia. La partita più bella fu senza ombra di dubbio la semifinale Francia-Portogallo disputata al Vélodrome di Marsiglia, 3-2 dopo i tempi supplementari decisa da Platini al 119’. Partita ricca di occasioni da rete e giocate spettacolari. La finale Francia-Spagna venne decisa da una paperona di Arconada su punizione di Michel e rete in chiusura di Bellone. Platini era in quel momento, senza dubbio il miglior giocatore europeo e vinse poi il suo secondo pallone d’oro consecutivo (che divennero tre nel 1985).
La roulotte di famiglia invece, venne portata in Toscana e precisamente a Follonica, camping Baia dei Gabbiani. Non mi divertì particolarmente, mi mancavano gli amici dell’estate precedente e non legai quasi con nessuno. Gli italiani in spiaggia ascoltavano il ribelle Vasco Rossi che con l’album “Va bene, va bene così” stava scalando le classifiche musicali e più che di calcio, si appassionarono ad “Azzurra”, la barca che voleva competere nella Coppa America di vela.
Il calciomercato invece regalò grosse emozioni, tre campionissimi stranieri vennero in Italia: i brasiliani Junior e Socrates rispettivamente a Torino e Fiorentina mentre il Napoli riuscì dopo un’estenuante trattativa ad assicurarsi l’argentino Diego Armando Maradona dal Barcellona. A regalarci una serie A da favola ci pensarono anche l’Atalanta con l’acquisto dello svedese Strömberg, il Milan con gli inglesi Wilkins e Hateley, l’Inter con il panzer Rummenigge, la Sampdoria con lo scozzese Souness e il Verona con il tedesco Briegel. La Juve fece solo piccoli ritocchi al suo organico senza grossi colpi sul mercato. Lasciò la squadra una bandiera come Claudio “Gheddafi” Gentile, appellativo affibbiategli per la sua nascita libica anche se da genitori siciliani di Noto. Andò alla Fiorentina da svincolato mentre dall’Avellino arrivò il suo sostituto naturale: il baffuto Luciano Favero, terzino non di grossa qualità tecnica ma estremamente efficace. In attacco lasciò Domenico Penzo che passò al Napoli, al suo posto Massimo Briaschi dal Genoa, attaccante piccolo e scattante dalla buonissima tecnica individuale.
A scuola fu
tempo di cambiamenti, già da un anno avevamo ottenuto un maestro fisso, dopo un
periodo di maestre provvisorie e supplenti senza ruolo definitivo, che
rispondeva al nome di Rodolfo Persico. Un maestro severo ma molto umano, fece
subito presa sulla classe non assegnando mai un compito da fare a casa. “I
bambini devono imparare a scuola, nel pomeriggio devono svagarsi” era il suo
mantra…noi esultavamo come dopo un gol di Platini su punizione nel sette. In
classe eravamo in pochi, tredici, divisi
quasi equamente tra maschi e femmine. Io e Renato bianconeri, Massimo e Ivano
del Milan, Diego nerazzurro e Michele dell’Hellas Verona (per via delle origini
scaligere dei suoi genitori). Le femmine non vennero ancora contemplate nel mio
universo. Il calcio fu fra noi motivo di
divisione e risse dialettiche, ci compattavamo solo nell’intervallo quando
lasciavamo da parte le nostre fedi calcistiche, e ci scontravamo verbalmente e
corporalmente con le altri classi, in accese sfide a calcio o di supremazia territoriale,
nei corridoi della vecchia scuola di Borgo San Pietro. “Un giorno di scuola mi
durava una vita e il mio mondo finiva un po’ là” come canteranno in seguito i
Negrita in una loro bellissima canzone.
La Juventus
intanto in campionato non ottenne nulla di esaltante, la stagione terminò con
un anonimo sesto posto finale. Lo scudetto andò al Verona di Osvaldo Bagnoli
forse l’ultima vera vittoria romantica di una squadra di calcio in Italia.
Andò decisamente meglio in Europa dove già a Gennaio alzammo il primo trofeo: la Supercoppa Europea. La disputa di quell’edizione della competizione risultò piuttosto lunga e travagliata. Dapprima, a causa dei problemi nel trovare all'interno del calendario internazionale delle date utili al suo svolgimento, la sfida venne posticipata all'inizio del 1985, giocata in casa della formazione piemontese e, per la prima volta nella storia della competizione, in gara unica. Ulteriori disagi sorsero il giorno scelto per il match, il 16 gennaio 1985, quando la cosiddetta “nevicata del secolo” ricoprì l'intero Nord Italia sotto una grande coltre di neve, che a Torino raggiunse i trenta centimetri. Boniperti fece spazzare le vie d'accesso allo stadio Comunale e liberare dal ghiaccio la pista dell'aeroporto di Caselle, per rendere possibile l'atterraggio del volo della squadra inglese del Liverpool, che rimase in dubbio fino all'ultimo. Con l'aiuto di un centinaio di volontari arruolati come spalaneve, riuscì inoltre a rendere agibile il campo del Comunale in tempo per il fischio d'inizio.
Agli ordini di Giovanni Trapattoni scesero in campo Luciano Bodini in porta, Favero e Cabrini terzini, Brio stopper, Scirea libero, Bonini e Tardelli centrocampisti, Briaschi ala destra, Boniek ala sinistra, Paolo Rossi centravanti e Michael Platini in cabina di regia. In panchina Stefano Tacconi, Nicola Caricola, Cesare Prandelli, Bruno Limido e Beniamino Vignola. Nel Liverpool, l’attaccante gallese Ian Rush rappresentava il vero pericolo sotto la porta di Bodini. Fu la notte magica di Boniek, il “bello di notte”, come lo definì sapientemente l’avvocato Gianni Agnelli. Il pallone, rosso per l’occasione, si infilò due volte alle spalle di Grobbelaar sotto i colpi deliziosi del polacco: prima un sinistro in diagonale dopo tocco di Briaschi e poi sul finire del match, con una deviazione volante a centro area di mancino sempre su assist dello scatenato Briaschi. Scirea e tutti i giocatori della Juve ritirarono la targa della Supercoppa Europea vestiti di rosso, dopo lo scambio di maglie con gli avversari, la Juventus fu la prima squadra italiana ad assicurarsi questo trofeo.
Anche in Coppa dei Campioni il cammino fu esaltante. Dopo aver eliminato i finlandesi dell’Ilves e gli svizzeri del Grasshoppers senza particolari problemi, l’urna dei sorteggi nei quarti ci mise di fronte ai campioni di Cecoslovacchia dello Sparta Praga, cliente assai insidioso. Il 6 Marzo a Torino si giocò l’andata, su un campo al limite della praticabilità per le abbondanti piogge. Fu una partita maschia, fango e tacchetti affilati, gol di Tardelli in apertura (un altro giocatore dai gol pesanti in Europa), raddoppio di testa di Paolo Rossi e 3-0 di Briaschi, quella sera migliore in campo per distacco. Nel ritorno la Juve giocò una partita senza correre grossi rischi e la sconfitta per 1-0 su rigore ci garantì comunque la semifinale dove trovammo i francesi del Bordeaux, uno squadrone con 4 campioni d’Europa della Francia in campo: Giresse, Tigana, Lacombe e Battiston. La squadra girondina incusse timore e si pensò potesse minare qualche certezza al connazionale Platini, più che altro per la conoscenza di Michel da parte dei sui compagni di nazionale. Ma il campo disse ben altro e la Juve nell’andata casalinga sfoderò la più bella partita di sempre in campo europeo. Un meraviglioso 3-0 con partita dominata e i francesi annichiliti.
Platini
cancellò i timori della vigilia con una prestazione maestosa coronata da due
assist al bacio per i gol di Boniek e Briaschi, e siglando la rete finale con
un tiro al volo dal dischetto del rigore su assist favoloso di Boniek.
La partita
di ritorno fu invece un vero e proprio calvario. I francesi quasi umiliati a
Torino tirarono fuori una prestazione maiuscola. Il tedesco Dieter Müller porto in vantaggio i
transalpini con un bel gol da attaccante di razza e il difensore Battiston nel
secondo tempo siglò il 2-0 con una staffilata notevole da fuori area. Ci pensò
Luciano Bodini con un paio di patate strepitose a regalarci la finale.
Ringrazieremo per sempre Bodini per la sua professionalità ed educazione,
riserva di Zoff prima e Tacconi dopo, scrisse la sua storia juventina in modo
inequivocabile quando venne chiamato in causa. Quella sera il divano di casa
tremò violentemente per il terrore di uscire dalla coppa sotto i colpi portati
dai francesi. Tutto però sembrò svanire al pensiero della conquista della
finale, ancora una volta ci trovammo ad un passo dalla gloria.

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