Se l’estate del 1982 fu per me la più bella di sempre, quella del 1983 non poteva dirsi altrimenti. La sconfitta di Atene bruciava ancora bollente nelle vene nonostante un mese di Giugno in cui la Juventus si riscattò in parte vincendo Coppa Italia e Mundialito per club.
Ad inizio
Luglio, i miei genitori parcheggiarono
il sottoscritto e mia sorella Giorgia a Martinsicuro, piccola località balneare
dell’Abruzzo. Ricordo con nostalgia e piacere le lunga vasca lungo l’Autostrada
del Sole a bordo di una Fiat Ritmo bianca trainando la nostra roulotte. Si
partì appena dopo cena e si viaggiò di notte per essere sul posto di
villeggiatura abruzzese con le prime luci dell’alba. In macchina durante quei
lunghi viaggi non riuscì chiudere occhio per la trepidazione dell’inizio delle
vacanze, cosi mi divertì ad imparare le provincie italiane dalle targhe delle
macchine che vedevo sfrecciare in autostrada
C’erano
troppi bambini crucchi in quel campeggio che forse ancora scottati dalle
pappine prese in finale al mondiale, alzarono la voce in scherno verso noi
bambini bianconeri e si trasformarono per l’occasione in tifosi dell’Amburgo,
anche se di fatto non lo erano. E allora le partite di calcio sulla spiaggia
risultavano molto tirate e ai biondi amici teutonici qualche calcione sugli
stinchi volava senza remore. Sempre roba di poco conto si intende. Però una
sorta di vendetta corporale andava loro inflitta.
Dalle radio
sotto gli ombrelloni, gli italiani ascoltavano impazziti una hit cantata da due
ragazzi torinesi che sembravano però spagnoli, almeno nel nome.“Vamos a la
playa” dei Righeira restò prima in classifica per sette settimane filate ed
ottenne in seguito un successo a livello mondiale di notevole rilievo.
Dopo Atene, la Juventus si rituffò fra le mura italiche per giocarsi la Coppa Italia e il Mundialito per club. La Coppa Italia, dopo un estroso girone a 6 squadre nell’Agosto del 1982 con Catania, Pescara, Milan, Genoa e Padova e gli ottavi di finale superati ai danni del Bari a Febbraio 1983, vide la sua fase finale disputarsi interamente nel Giugno del 1983. La Juve regolò nei quarti di finale con partite di andata e ritorno la Roma, fresca campione d’Italia (3-0 al Comunale e 2-0 esterno a Roma, per ribadire chi fossero realmente i più forti....). In semifinale sconfisse l’Inter (2-1 a Torino, 0-0 a San Siro) e terminò la sua corsa vincente col Verona. Dopo la sconfitta per 2-0 nella finale di andata al Bentegodi, Rossi e una doppietta di Platini ribaltarono il risultato nella partita di ritorno al termine dei tempi supplementari. La squadra del Trap si concesse poi il lusso sul finire del mese di mettere il proprio nome in bacheca al Mundialito per club, torneo ad alta partecipazione di spettatori disputato a San Siro ed organizzato dall’emittente televisiva Canale 5 di un rampante imprenditore: Silvio Berlusconi. Inter, Milan, gli uruguaiani del Peñarol e i brasiliani del Flamengo arrivarono alle spalle dei bianconeri in un girone all’ italiana.
A Luglio due bandiere bianconere lasciarono Torino. A dire il vero il mito di Dino Zoff smise per sempre. A 42 anni era arrivato il tempo giusto per appendere i guanti al chiodo dopo una carriera straordinaria suggellata dalla coppa del Mondo alzata da capitano a Madrid. Lo ritroveremo qualche anno dopo il buon Dino, carattere d’acciaio e carisma poco appariscente ma indiscusso. Dopo la parentesi non troppo fortunata sotto la guida di Rino Marchesi, il presidente Boniperti pensò a Zoff come allenatore dei bianconeri. Una Coppa Italia e una Coppa UEFA furono il suo bottino personale con una squadra che esprimeva concetti di calcio operaio come poche altre volte: corsa, grinta e conclusioni in porta. Gli preferirono in seguito il calcio champagne di Gigi Maifredi. Ahimè.
Per Roberto
Bettega, ragazzo juventino figlio del Combi le sirene canadesi suonarono per un
fine carriera tranquillo in un campionato senza troppe pretese. Bobby gol
lasciò con 129 gol realizzati con la casacca gobba e un futuro da dirigente che
gli venne poi assegnato. Un vero juventino che mai a sconfessato la propria
fede.
A Torino al loro posto arrivarono un giovane portiere dai grossi mezzi fisici, baffi d’ordinanza e guascone come pochi: Stefano Tacconi dall’Avellino. In attacco sbarcarono Domenico Penzo che aveva ben figurato nelle file del Verona e Beniamino Vignola, furetto offensivo dai piedi buoni. La vittoria in Coppa Italia ci diede credito per disputare nella stagione successiva la Coppa delle Coppe, manifestazione riservata ai soli vincitori delle varie coppe nazionali. Una possibilità che stuzzicava l’ambiente bianconeri, quella coppa ancora non figurava in bacheca e sarebbe stata giocata con impegno. Ma il pensiero dominante era sempre la coppa dalle grandi orecchie e per riuscire un giorno a sollevarla c’era solo una possibilità: vincere lo scudetto per potervi partecipare ancora. C’era da far di necessità virtù. E la Juve si presentò alla nuova stagione calcistica più agguerrita che mai.
Arrivò
stancamente Settembre, iniziò la scuola ed il campionato. Per me invece
cominciò una nuova stagione della vita, la più bella ed entusiasmante, la più
amata. Quella del calcio giocato. Mia mamma si convinse a portarmi a giocare
negli esordienti dell’Unione Sportiva San Luigi di Crema. Arrivarono in regalo
le prime scarpette da calcio, un paio di Adidas Pierre Littbarski. La maglia in lanetta del “Sanlu” era bianca
con delle righe sottili gialle verticali. Giocai con bambini poi grandi di un
anno ma me la cavai abbastanza bene, ero una punta veloce dal dribbling facile.
Il mio primo allenatore Nando mi insegnò molta tecnica e soprattutto il
rispetto delle regole. Se le scarpe al sabato pomeriggio non erano
perfettamente pulite e ingrassate, facilmente si finiva a fare il guardalinee o
guardare i compagni dalle panchine fuori dal campo di gioco.
Il centro
giovanile San Luigi divenne a tutti gli effetti la mia seconda casa anche
perché visto la vicinanza alla mia casa vera, mi fu concesso di frequentarlo
spesso. Due erano i luoghi speciali di quel luogo: il “cemento”, una striscia
grigia lunga quaranta metri e larga una decina, delimitata da alberi, dove
qualcuno aveva lasciato due porticine verdi larghe un metro e alte settanta centimetri.
Sul cemento si diventava grandi e si giocava duro. Le sfide due contro due
erano all’ordine del giorno, interi pomeriggi di sfide, dribbling e scivolate.
Intanto i compagni di quelle sfide divennero i miei migliori amici. Il Benz,
Massi, il Bobo. Uno in particolare lo è ancora, il Seve, tanto da avermi
accompagnato da testimone fino all’altare delle mie nozze.
Poi c’era
“il secondo campo”, un pezzo di terra con due porte di ferro che sorgeva di
fianco al campo principale della squadra, delimitato da una parte da un fosso
(raggiungemmo vette di abilità ed equilibrio assolute nel tentativo di
recuperare palloni finiti dentro) e una montagnetta che portava alle antiche
mura venete della città, dall’altra. Quegli interminabili pomeriggi di calcio
mi portarono in dote anche un soprannome che resistette per alcuni anni:
Briaschi. Come il calciatore della Juve
che intanto si stava facendo largo con buone prestazioni. Il secondo campo
veniva usato quando si era in tanti e le sfide erano spesso bellissime. Fu
territorio però anche di altre imprese. C’erano degli alberi di cachi appena
entrati e uno dei passatempi preferiti era quello di arrampicarsi per
accaparrarsi qualche frutto. Dal basso della mia altezza risicata non mi
riusciva la scalata e quindi cercavo di colpire i rami con dei sassi per far
cadere i frutti. Un giorno il mio braccio caricato a molla disegnò una palomba
incredibile che terminò la sua corsa sulla vetrata di ingresso del caseggiato
adiacente al campo. Il vetro venne giù e fuggì precipitosamente a casa con i
miei amici dietro. Non uscì per due giorni, mia madre si insospettì e poco dopo
il colpevole della malefatta venne individuato nel sottoscritto.
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