martedì 27 febbraio 2024

3. Maledetta Atene

“Chi abbiamo pescato? I polacchi? Ottimo....”

Mio padre sembrava felice del sorteggio. Io annuivo felice anche se pensavo interiormente che una squadra campione nazionale non sarebbe mai stata una squadra materasso. Pensieri di bambino, prudenti e realisti quanto bastava. I campioni di Polonia dello Widzew Lodz sembravano davvero un avversario alla portata, soprattutto per una semifinale di Coppa dei Campioni, anche se ad onore del vero nei quarti di finale spedirono a casa una squadra temibile quali i campioni d’Inghilterra del Liverpool.

In campionato fu la Roma ad aggiudicarsi lo scudetto, guidata dal Barone Niels Liedholm e con interpreti straordinari come Falcao, Roberto Pruzzo e Bruno Conti. Alla squadra bianconera, che pur riuscì ad imporsi in entrambi i confronti diretti con i lupi capitolini, risultarono fatali le sconfitte nel derby di ritorno col Torino (dallo 0-2 al 3-2 per i granata in pochi minuti) e il 3-3 interno con l’Inter, tramutato in 0-2 a tavolino, a causa di un mattone che sfasciò il vetro del pullman interista in arrivo al Comunale e che colpì Giampiero Marini. Platini ebbe comunque la gratificazione di vincere la classifica dei cannonieri con 16 reti.

Manco a dirlo l’attenzione fu però incentrata sul futuro cammino in Coppa e lo scudetto sfumato venne messo in secondo piano, tutti credettero che la Coppa dei Campioni fosse ormai a portata di mano. La semifinale di andata contro l’ex squadra di Boniek si mise subito in discesa. In un Comunale esaurito come al solito nelle notti di coppa, fu Nando Martellini a renderci partecipi dell’evento tramite la sua sapiente telecronaca. Dopo pochi minuti, Platini dalla destra fece partite una palomba per Rossi appostato in area di rigore, controllo di petto e palla sulla corsa di Tardelli che con un gran botta deviata da un difensore portò in vantaggio la Juve. Nella ripresa fu Boniek con un’azione dirompente a propiziare il 2-0 finale. Fuga solitaria di 50 metri, scambio con Rossi, e tiro in diagonale con miracolo del portiere polacco. Bettega da due passi sulla respinta dovette solo appoggiarla nel sacco e correre sotto la curva Filadelfia in festa.

Anche nel ritorno in terra polacca le cose si misero subito bene. Questa volta fu Bruno Pizzul a raccontarci la partita per la Rai. Verso la mezz’ora Platini conquistò una palla a metà campo, giravolta su stesso e magico lancio in verticale tra ultimo difensore e portiere avversario dove si infilò fulmineo Pablito per un gol al volo da rapinatore d’area. I polacchi con la forza dell’orgoglio riuscirono a ribaltare il risultato prima del rigore finale realizzato da Platini per fallo su Boniek che sancì il 2-2 definitivo. La Juve era in finale, 10 dopo la grigia serata di Belgrado contro l’Ajax del fuoriclasse Cruijff. Ci sembrò di toccare il cielo con un dito. Avevamo una squadra fortissima con un gioco finalmente convincente. Mio padre era raggiante, a me sembrò che tutto fosse bellissimo. Quella squadra in quel momento, penso fu la massima espressione, mai più vista, della storia juventina. Mancava solo l’ultimo atto: l’Amburgo, tedeschi, ce l’avrebbero fatta sudare.

Il 15 Maggio del 1983, la Juve salutò il campionato sconfiggendo il Genoa per 4-2 al Comunale. Mancavano 10 giorni alla finale di Atene, sede scelta per ospitare l’ultimo atto continentale. Furono 10 giorni strani, carichi di dubbi per il Trap. La squadra sembrò scarica. Claudio Gentile affermò in seguito come una semifinale tutto sommato agevole avesse avuto un influsso negativo sulla squadra, sottratta da quella tensione positiva, vitale in quei momenti. La Juve sentì senza dubbio il peso del favore del pronostico. Nell’amichevole infrasettimanale disputata al Menti di Vicenza venne sconfitta per 2-1 dai biancorossi di casa. Stranamente i giocatori sembrarono scarichi e nervosi. Intanto la stampa continuò a pompare la squadra come se la coppa fosse già in tasca. Una situazione paradossale che uscì nella sua crudeltà sul campo dell’olimpico di Atene, la sera del 25 Maggio. Ricordo che mio padre era solito leggere il quotidiano milanese “La Notte”, il quale a differenza di tutti i giornali che uscivamo al mattino, arrivava nelle edicole a metà pomeriggio. Il titolo nelle pagine sportive fu esplicito “Juve, mangiati un hamburger a cena!”. Per la stampa italiana non c’erano grossi dubbi a riguardo.

Guardai la partita di fianco a mio padre, più di una volta lo vidi trattenere bestemmie e imprecazioni e i suoi occhi lucidi al triplice fischio sancirono in me la certezza che qualcosa fosse andato storto. L’Amburgo era una squadra solida, sapientemente allenata da una nostra vecchia conoscenza.  Quel Ernst Happel che con il Bruges qualche anno prima ci mandò fuori di testa attuando un fuorigioco scientifico (per 25 volte finimmo in offside nella partita di Torino). L’allenatore austriaco si dimostrò uno dei migliori allenatori di sempre, a fine carriera conterà 17 titoli vinti in giro per l’Europa e il record di 3 finali di Coppa dei Campioni (di cui 2 vinte) disputate con 3 squadra diverse (Feyenoord, Bruges e Amburgo.....non esattamente tre colossi europei). Di quella squadra facevano parte due nazionali tedeschi quali il difensore Manfred Kaltz e il capitano, il possente centroavanti Horst Hrubesch. La loro sete di vendetta dopo la finale del mondiale, in cui figurarono quasi da comparsa al cospetto dello strapotere azzurro, venne fuori impietosa. Ma la maggiore certezza su cui i tedeschi potettero disporre fu quella di non essere i favoriti e quindi liberi di testa e di gambe. Quarantacinque mila tifosi juventini seguirono la squadra fino ad Atene. Ad attenderli la delusione più grande della loro vita calcistica

Fra i presenti di quella maledetta sera c’era l’amico Piero  “La finale di Atene con l’Amburgo di Hernst Happel mi è rimasta scolpita nella memoria perché fu la prima trasferta all’estero al seguito dei bianconeri del mitico Giovanni Trapattoni. Come scordare la partenza da Crema all’alba con i due pulman organizzati dallo Juventus Club di Crema dell’indimenticato presidentissimo Attilio Martinenghi. Il clima caldissimo durante il viaggio aereo, con l’ingorda lettura dei giornali e i relativi commenti che ci vedevano come gli assoluti favoriti per la vittoria della Coppa, e ancora il fragoroso applauso al comandante dell’aerobus al momento dell’atterraggio all’aeroporto di Atene. La spasmodica attesa dell’evento, utilizzata per la visita allo splendido Partenone e per un pranzo nelle viuzze della capitale con acquisto di cadeaux. E poi il trasporto in autobus verso lo stadio Olimpico Spyros Louis, accompagnato da canti e cori ininterrotti e beneauguranti. Sistemati noi cremaschi a metà altezza sul centro sinistra della curva juventina, con l’uscita sul campo dei giocatori delle due squadre per il riscaldamento, ho nella mente il primo ricordo vivido che mi è rimasto di quella serata. Il gruppone compatto dei “crucchi” che s’impegnava e sudava per oltre mezzora in esercizi lungo la fascia laterale opposta alla tribuna centrale e gli juventini che alla spicciolata arrivavano proprio sotto la curva di noi tifosi e facevano qualche blando esercizietto tecnico fisico a livello individuale, intervallati da continui saluti e risposte al pubblico amico che li richiamava e applaudiva continuamente. IL Trap sempre sotto la curva prendeva in disparte e parlava ad ognuno dei suoi giocatori per dare gli ultimi suggerimenti. Della partita in sé, giocata a ritmi blandi e ben controllata dai tedeschi, ricordo poco e nulla oltre al tracciante di Felix Magath che partendo dalla loro tre quarti offensiva sinistra s’insaccava beffardamente indirizzato proprio nella mia direzione. Null’altro da segnalare e delusione totale per una squadra che si era presentata come netta favorita dell’evento e con un solo duello individuale sulla carta a loro favore grazie al temibile panzer Horst Hrubesch opposto al nostro poderoso Sergio Brio. Quest’ultimo e il generoso Massimo Bonini, gli unici due calciatori diciamo così normali inseriti in una formazione bianconera di fuoriclasse stellari. La seconda immagine che mi è rimasta impressa nella mente è quella dell’immensa hall dell’aeroporto di Atene avvolta in un silenzio spettrale, con migliaia di tifosi juventini bivaccanti a terra in attesa del loro volo di ritorno in Italia. Non volava una mosca nemmeno durante il viaggio di ritorno ed anche al momento dell’atterraggio sul suolo italico nessuno azzardò il ben che minimo applauso al pilota. La mia ultima trasferta estera con la Juventus”.

 

Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega, Tardelli, Rossi, Platini, Boniek fu la formazione iniziale di quella sera con Domenico Marocchino che entrò nella ripresa senza lasciare segni di gloria.

Già dal fischio di iniziò del rumeno Rainea, la Juventus sembrò spaesata, bloccata sulle fasce da una tattica perfettamente azzeccata di Happel. Il gol di Felix Magath che uccellò Dino Zoff dopo pochi minuti con un tiro da fuori area, rimase l’unica rete dell’incontro. Nel momento più importante la Juve bucò clamorosamente. Passaggi elementari sbagliati per approssimazione, nervosismo serpeggiante e maggior dato negativo nessun conclusione effettivamente pericolosa verso la porta avversaria in 90 minuti di gioco.  Anzi fu ancora Magath nel finale in contropiede a sfiorare il 2-0. Ci mancò in verità un rigore abbastanza evidente su Platini nella ripresa, ma star qui a recriminare sugli arbitri è esercizio che non mi appartiene. Giampiero Galeazzi intervistò in tribuna l’avvocato Agnelli appena dopo il triplice fischio. Quest’ultimo rese onore all’Amburgo con la consueta eleganza mentre la vittima sacrificale venne individuata nei giorni seguenti in Giovanni Trapattoni, a cui la stampa italiana imputò il fatto di essere stato portato a spasso come un cagnolino da Happel. “Non si va all’opera con 8 tenori” dichiarò in seguito il Trap, ammettendo in parte di non essere riuscito a mettere a fuoco la partita in senso tattico. Fu senza dubbio, e rimane tutt’ora,  la più grossa delusione di bambino juventino. Fuori da casa sentivo i clacson degli anti juventini che festeggiavano. Per la prima volta si scendeva in strada per festeggiare una sconfitta (anche se dei rivali) piuttosto che una vittoria della propria squadra del cuore. Piansi copiosamente. Maledetta Atene.

 

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