“Chi abbiamo pescato? I polacchi? Ottimo....”
Mio padre
sembrava felice del sorteggio. Io annuivo felice anche se pensavo interiormente
che una squadra campione nazionale non sarebbe mai stata una squadra materasso.
Pensieri di bambino, prudenti e realisti quanto bastava. I campioni di Polonia
dello Widzew Lodz sembravano davvero un avversario alla portata, soprattutto
per una semifinale di Coppa dei Campioni, anche se ad onore del vero nei quarti
di finale spedirono a casa una squadra temibile quali i campioni d’Inghilterra
del Liverpool.
In
campionato fu la Roma ad aggiudicarsi lo scudetto, guidata dal Barone Niels
Liedholm e con interpreti straordinari come Falcao, Roberto Pruzzo e Bruno
Conti. Alla squadra bianconera, che pur riuscì ad imporsi in entrambi i
confronti diretti con i lupi capitolini, risultarono fatali le sconfitte nel
derby di ritorno col Torino (dallo 0-2 al 3-2 per i granata in pochi minuti) e
il 3-3 interno con l’Inter, tramutato in 0-2 a tavolino, a causa di un mattone
che sfasciò il vetro del pullman interista in arrivo al Comunale e che colpì
Giampiero Marini. Platini ebbe comunque la gratificazione di vincere la
classifica dei cannonieri con 16 reti.
Manco a
dirlo l’attenzione fu però incentrata sul futuro cammino in Coppa e lo scudetto
sfumato venne messo in secondo piano, tutti credettero che la Coppa dei
Campioni fosse ormai a portata di mano. La semifinale di andata contro l’ex
squadra di Boniek si mise subito in discesa. In un Comunale esaurito come al
solito nelle notti di coppa, fu Nando Martellini a renderci partecipi
dell’evento tramite la sua sapiente telecronaca. Dopo pochi minuti, Platini
dalla destra fece partite una palomba per Rossi appostato in area di rigore,
controllo di petto e palla sulla corsa di Tardelli che con un gran botta
deviata da un difensore portò in vantaggio la Juve. Nella ripresa fu Boniek con
un’azione dirompente a propiziare il 2-0 finale. Fuga solitaria di 50 metri, scambio
con Rossi, e tiro in diagonale con miracolo del portiere polacco. Bettega da
due passi sulla respinta dovette solo appoggiarla nel sacco e correre sotto la
curva Filadelfia in festa.
Anche nel
ritorno in terra polacca le cose si misero subito bene. Questa volta fu Bruno
Pizzul a raccontarci la partita per la Rai. Verso la mezz’ora Platini conquistò
una palla a metà campo, giravolta su stesso e magico lancio in verticale tra
ultimo difensore e portiere avversario dove si infilò fulmineo Pablito per un
gol al volo da rapinatore d’area. I polacchi con la forza dell’orgoglio
riuscirono a ribaltare il risultato prima del rigore finale realizzato da
Platini per fallo su Boniek che sancì il 2-2 definitivo. La Juve era in finale,
10 dopo la grigia serata di Belgrado contro l’Ajax del fuoriclasse Cruijff. Ci
sembrò di toccare il cielo con un dito. Avevamo una squadra fortissima con un
gioco finalmente convincente. Mio padre era raggiante, a me sembrò che tutto
fosse bellissimo. Quella squadra in quel momento, penso fu la massima
espressione, mai più vista, della storia juventina. Mancava solo l’ultimo atto:
l’Amburgo, tedeschi, ce l’avrebbero fatta sudare.
Il 15 Maggio
del 1983, la Juve salutò il campionato sconfiggendo il Genoa per 4-2 al
Comunale. Mancavano 10 giorni alla finale di Atene, sede scelta per ospitare
l’ultimo atto continentale. Furono 10 giorni strani, carichi di dubbi per il
Trap. La squadra sembrò scarica. Claudio Gentile affermò in seguito come una
semifinale tutto sommato agevole avesse avuto un influsso negativo sulla
squadra, sottratta da quella tensione positiva, vitale in quei momenti. La Juve
sentì senza dubbio il peso del favore del pronostico. Nell’amichevole
infrasettimanale disputata al Menti di Vicenza venne sconfitta per 2-1 dai
biancorossi di casa. Stranamente i giocatori sembrarono scarichi e nervosi.
Intanto la stampa continuò a pompare la squadra come se la coppa fosse già in
tasca. Una situazione paradossale che uscì nella sua crudeltà sul campo
dell’olimpico di Atene, la sera del 25 Maggio. Ricordo che mio padre era solito
leggere il quotidiano milanese “La Notte”, il quale a differenza di tutti i
giornali che uscivamo al mattino, arrivava nelle edicole a metà pomeriggio. Il
titolo nelle pagine sportive fu esplicito “Juve, mangiati un hamburger a
cena!”. Per la stampa italiana non c’erano grossi dubbi a riguardo.
Guardai la
partita di fianco a mio padre, più di una volta lo vidi trattenere bestemmie e
imprecazioni e i suoi occhi lucidi al triplice fischio sancirono in me la
certezza che qualcosa fosse andato storto. L’Amburgo era una squadra solida,
sapientemente allenata da una nostra vecchia conoscenza. Quel Ernst Happel che con il Bruges qualche
anno prima ci mandò fuori di testa attuando un fuorigioco scientifico (per 25
volte finimmo in offside nella partita di Torino). L’allenatore austriaco si
dimostrò uno dei migliori allenatori di sempre, a fine carriera conterà 17
titoli vinti in giro per l’Europa e il record di 3 finali di Coppa dei Campioni
(di cui 2 vinte) disputate con 3 squadra diverse (Feyenoord, Bruges e
Amburgo.....non esattamente tre colossi europei). Di quella squadra facevano
parte due nazionali tedeschi quali il difensore Manfred Kaltz e il capitano, il
possente centroavanti Horst Hrubesch. La loro sete di vendetta dopo la finale
del mondiale, in cui figurarono quasi da comparsa al cospetto dello strapotere
azzurro, venne fuori impietosa. Ma la maggiore certezza su cui i tedeschi
potettero disporre fu quella di non essere i favoriti e quindi liberi di testa
e di gambe. Quarantacinque mila tifosi juventini seguirono la squadra fino ad
Atene. Ad attenderli la delusione più grande della loro vita calcistica
Fra i
presenti di quella maledetta sera c’era l’amico Piero “La finale di Atene con l’Amburgo di Hernst
Happel mi è rimasta scolpita nella memoria perché fu la prima trasferta all’estero
al seguito dei bianconeri del mitico Giovanni Trapattoni. Come scordare la
partenza da Crema all’alba con i due pulman organizzati dallo Juventus Club di
Crema dell’indimenticato presidentissimo Attilio Martinenghi. Il clima
caldissimo durante il viaggio aereo, con l’ingorda lettura dei giornali e i
relativi commenti che ci vedevano come gli assoluti favoriti per la vittoria
della Coppa, e ancora il fragoroso applauso al comandante dell’aerobus al
momento dell’atterraggio all’aeroporto di Atene. La spasmodica attesa
dell’evento, utilizzata per la visita allo splendido Partenone e per un pranzo
nelle viuzze della capitale con acquisto di cadeaux. E poi il trasporto in
autobus verso lo stadio Olimpico Spyros Louis, accompagnato da canti e cori
ininterrotti e beneauguranti. Sistemati noi cremaschi a metà altezza sul centro
sinistra della curva juventina, con l’uscita sul campo dei giocatori delle due
squadre per il riscaldamento, ho nella mente il primo ricordo vivido che mi è
rimasto di quella serata. Il gruppone compatto dei “crucchi” che s’impegnava e
sudava per oltre mezzora in esercizi lungo la fascia laterale opposta alla
tribuna centrale e gli juventini che alla spicciolata arrivavano proprio sotto
la curva di noi tifosi e facevano qualche blando esercizietto tecnico fisico a
livello individuale, intervallati da continui saluti e risposte al pubblico
amico che li richiamava e applaudiva continuamente. IL Trap sempre sotto la
curva prendeva in disparte e parlava ad ognuno dei suoi giocatori per dare gli
ultimi suggerimenti. Della partita in sé, giocata a ritmi blandi e ben
controllata dai tedeschi, ricordo poco e nulla oltre al tracciante di Felix
Magath che partendo dalla loro tre quarti offensiva sinistra s’insaccava
beffardamente indirizzato proprio nella mia direzione. Null’altro da segnalare
e delusione totale per una squadra che si era presentata come netta favorita
dell’evento e con un solo duello individuale sulla carta a loro favore grazie
al temibile panzer Horst Hrubesch opposto al nostro poderoso Sergio Brio.
Quest’ultimo e il generoso Massimo Bonini, gli unici due calciatori diciamo
così normali inseriti in una formazione bianconera di fuoriclasse stellari. La
seconda immagine che mi è rimasta impressa nella mente è quella dell’immensa
hall dell’aeroporto di Atene avvolta in un silenzio spettrale, con migliaia di
tifosi juventini bivaccanti a terra in attesa del loro volo di ritorno in
Italia. Non volava una mosca nemmeno durante il viaggio di ritorno ed anche al
momento dell’atterraggio sul suolo italico nessuno azzardò il ben che minimo
applauso al pilota. La mia ultima trasferta estera con la Juventus”.
Zoff,
Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega, Tardelli, Rossi, Platini,
Boniek fu la formazione iniziale di quella sera con Domenico Marocchino che
entrò nella ripresa senza lasciare segni di gloria.
Già dal
fischio di iniziò del rumeno Rainea, la Juventus sembrò spaesata, bloccata
sulle fasce da una tattica perfettamente azzeccata di Happel. Il gol di Felix
Magath che uccellò Dino Zoff dopo pochi minuti con un tiro da fuori area,
rimase l’unica rete dell’incontro. Nel momento più importante la Juve bucò
clamorosamente. Passaggi elementari sbagliati per approssimazione, nervosismo
serpeggiante e maggior dato negativo nessun conclusione effettivamente
pericolosa verso la porta avversaria in 90 minuti di gioco. Anzi fu ancora Magath nel finale in
contropiede a sfiorare il 2-0. Ci mancò in verità un rigore abbastanza evidente
su Platini nella ripresa, ma star qui a recriminare sugli arbitri è esercizio
che non mi appartiene. Giampiero Galeazzi intervistò in tribuna l’avvocato
Agnelli appena dopo il triplice fischio. Quest’ultimo rese onore all’Amburgo
con la consueta eleganza mentre la vittima sacrificale venne individuata nei
giorni seguenti in Giovanni Trapattoni, a cui la stampa italiana imputò il
fatto di essere stato portato a spasso come un cagnolino da Happel. “Non si va
all’opera con 8 tenori” dichiarò in seguito il Trap, ammettendo in parte di non
essere riuscito a mettere a fuoco la partita in senso tattico. Fu senza dubbio,
e rimane tutt’ora, la più grossa
delusione di bambino juventino. Fuori da casa sentivo i clacson degli anti
juventini che festeggiavano. Per la prima volta si scendeva in strada per
festeggiare una sconfitta (anche se dei rivali) piuttosto che una vittoria
della propria squadra del cuore. Piansi copiosamente. Maledetta Atene.
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